Visualizzazione post con etichetta Tecniche artistiche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tecniche artistiche. Mostra tutti i post

martedì 9 marzo 2021

La tecnica dell'Encausto. Dove, come, quando.


Con la parola encausto ci vengono subito in mente le pitture di Pompei e cercando sul web, si inciampa ancora nella definizione di una delle tecniche predilette dai Romani nella pittura murale. Se ne parla inoltre a proposito degli ipotetici tentativi fatti da Leonardo nella Battaglia di Anghiari, mai trovata nella Sala dei Cinquecento a Palazzo Vecchio e a oggi immaginabile solo attraverso le varie copie del cartone originale sparse per il mondo. In realtà l'encausto non è nulla di tutto questo!

Iniziamo a fare chiarezza riavvolgendo il nastro e cominciando da capo. Intanto la tecnica dell'encausto si distingue da tutte le altre maniere di dipingere per l'uso della cera d'api come legante del colore. Ogni tecnica pittorica prevede l'uso del pigmento puro e di una sostanza che funga da colla per fissarlo al supporto, così come lo è l'uovo per la tempera delle pale d'altare del Medioevo o l'olio di lino per le tele.

Le prime manifestazioni si hanno nella pittura Greca, con Apelle massimo esponente, quando si amava decorare piccole tavole di legno (Pinakes) che abbellivano le case e i palazzi principeschi. Ma nulla di tutto questo rimane d'altronde per l'estrema fragilità del materiale. In un capitolo a parte vanno invece menzionati gli incredibili esempi notoriamente chiamati ritratti del Fajum, ascrivibili al II° secolo d.C. circa e ottimamante conservati grazie al clima perfettamente asciutto dell'Egitto. 

A proposito del metodo ci viene in aiuto Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, quando cita il metodo di preparazione del legante, la cera d'api: questa prendeva il nome di Cera Punica e veniva bollita in acqua di mare per essere sbiancata e  diventare parzialmente solubile in acqua, in modo da poter essere poi più facilmente utilizzata mescolata ai colori, sia a freddo che a caldo. Utilizzando pennelli o sottili attrezzi metallici tipo spatole, si ottenevano variegati effetti che ancora oggi sono accostati alla pittura degli Impressionisti. 

Sempre su legno si dipingeva attraverso l'uso dei colori mescolati a cera, soprattutto su superfici che potevano subire i danni per l'usura come le imbarcazioni o i mobili, ma sempre trattasi di supporti in legno.

E dunque, come si fa ad arrivare ai muri delle domus di Pompei o alla tanto famosa Villa dei Misteri, proprio da alcuni esempio massimo dell'encausto romano? 

Intanto è assolutamente impensabile che tutto questo si sia perfettemante conservato dopo il 79 d.C. quando lapilli e lava incandescente hanno completamente sommerso la città! Se quei colori oggi in gran parte perfettamente conservati fossero stati realizzati con l'uso di cera come legante...le pitture si sarebbero letteralmente sciolte. Quindi la risposta è logica e di buon senso: nelle pitture murali romane non esiste l'encausto! Risolto per logica questo assioma si va oltre. 

Sul muro si utilizziva esclusivamente la tecnica dell'affresco, descritta da Vitruvio attraverso ben sei strati sovrapposti di intonaco ampiamente trattata in un precedente articolo e rifiniti con le "politure". Mai si parla di uso della cera tranne nella protezione di uno dei pigmenti più velenosi, il cinabro, noto già al tempo per il suo scurirsi a contatto con l'aria. Oggi conosciamo bene la motivazione di questo trattamento solo superficiale, per evitare l'ossidazione del pigmento dovuta alla sua composizione chimica a base di mercurio. 


Per il resto la tecnica dell'encausto rimane anche nel Basso Medioevo ad uso esclusivo delle tavole votive, ancora oggi visibili in alcune Basiliche di Roma, fino lentamente a scomparire e lasciare il suo posto alla tempera a uovo che, con maestria, i pittori impareranno ad utilizzare come gli orafi che incastonano smalti nei reliquiari. 

E a proposito di Leonardo e dei suoi tentativi di sperimentare l'encausto? A breve un articolo a lui dedicato e a tutti i suoi linguaggi eclettici.


lunedì 28 dicembre 2020

Pompei e gli affreschi intatti


Che meraviglia le rivelazioni delle ultime scoperte a Pompei! 
In una strada rimasta sepolta dal 79 d.C sotto un enorme strato di lapilli e pomice, torna alla luce un Termopolium con le anfore e le ciotole per la conservazione dei cibi. Un fast food del tempo che, come insegne per indicare la tipologia della merce venduta, aveva sotto il bancone delle pitture realizzate a colori vivissimi per invitare i passanti ad avvicinarsi e acquistare un pasto cucinato o semplicemente del vino. Un gallo, delle oche e il negozio stesso immortalato con i prodotti in vendita, risultano oggi perfettamente conservati, a parte i traumi subiti dall'eruzione, come se terminati da pochi mesi.
Le pennellate fanno immaginare la tipologia dei pennelli utilizzati e soprattutto la grande maestria che gli artisti del tempo erano soliti usare quando quotidianamente andavano a decorare domus, taberne e altri edifici. Tocchi di colore decisi e veloci danno forma a figure e paesaggi, probabilmente senza neanche disegni preparatori, per andare a decorare metri e metri quadrati di una delle città più uniche della storia.


Questa velocità, sicurezza ma anche precisione e cura nella scelta dei colori doveva necessariamente derivare da una buona dose di esperienza, oltre che da un ottimo bagaglio di conoscenze riguardo alla tecnica utilizzata. 
Trattato in un precedente articolo, l'affresco  diventa qui un momento di "sacro rapimento" per i cultori di questa incredibile tecnica (me per prima) che rimangono scorcertati per tale bravura e perfezione. 
La fortuna è quella di poter leggere ancora Vitruvio, il più importante architetto della storia, per comprendere le competenze che, non solo in pittura, esistevano in tutti i campi dell'arte romana. Nel 27 a.C egli descrive accuratamente i passaggi della preparazione del muro in cui dovevano sovrapporsi ben 6 strati di intonaco in modo da ottenere quelle superfici liscissime e compatte che, una volta dipinte, sembrano di marmo.
Nel VII° libro del De Architettura illustra la scelta dei primi tre strati che dovevano essere più grossolani, solo di sabbia e calce, elemento questo fondamentale nella realizzazione dell'affresco per il quale rimando all'articolo di approfondimento. Nei luoghi umidi si prevedeva addiruttura l'accortezza di sostituire la sabbia con la pozzolana o il coccio pesto, cariche inerti con proprietà idrauliche, cioè resistenti all'acqua.
Gli ultimi tre strati dovevano essere invece più raffinati e per questo si univa solamente la polvere di marmo alla calce. Quando l'ultima stesura era appena stata sovrapposta alle altre già asciutte, il pittore doveva iniziare a dipingere su questa superficie umida, da qui pittura a fresco! Ma rispetto alla sublime tecnica ancora mirabilmente utilizzata fino a tutto il Rinascimento e oltre, qui troviamo numerose accortezze e fasi in aggiunta che fanno dell'affresco romano un unicum. Sempre Vitruvio cita le politiones (puliture), cioè azioni meccaniche che avevano lo scopo di lucidare i colori. Da qui deduciamo la volontà di imitare le lastre di marmo che i più abbienti potevano destinare alle pareti delle loro lussuose dimore proprio attraverso una pittura compatta e perfettamente liscia, come evidenziano ancora i recenti ritrovamenti. 


Ma come avveniva tutto questo su una superficie ancora umida? Si utilizzava evidentemente il liaculum, uno strumento duro, forse una sorta di coltello in legno o metallo che veniva energicamente premuto sulle meravigliose basi monocome in giallo, verde, azzurro, rosso o nero tipiche dei motivi pittorici del tempo per compattare uniformemente la superficie ed il colore, fino a smaterializzare le pennellate e raggiungere quei fondi omogenei e perfetti che tutti conosciamo. Qui poi la bravura dell'artista  procedeva nel far apparire con veloci e sicuri colpi di pennello le meravigliose immagini di animali, divinità, paesaggi e quantaltro il ricchissimo repertorio del tempo offriva. Il lavoro del liaculum permetteva inoltre la fusione degli attacchi tra le giornate di lavoro, che invece sono di solito distinguibili negli affreschi più moderni. 
Risultato: pareti uniformi e lucenti, ricche di colori e immagini di ogni foggia che dovevano unirsi alla ricchezza decorativa dei mosaici pavimentali. 
Da quanto detto traspare quindi nelle modalità dell'uso dell'affresco, che di per sè è da considerarsi la tecnica pittorica più duratura della storia, delle peculiarità ben precise che sono presenti non soltanto a Pompei ma nella stragrande maggioranza dei dipinti romani.
Una variante standardizzata e codificata a qual tempo, assolutamente vincente nei suoi risultati che è stata ben indagata proprio grazie alla riscoperta della città simbolo sepolta per secoli all'ombra del Vesuvio in cui ancora, metri e metri quadrati di pittura stanno attendendo di rivedere la luce.
Qui non si può parlare assolutamente di encausto, anche se la letteratura è ricca di informazioni ancora contrastanti ed errate a tal proposito. Sarà mia cura dedicare ad esso un articolo specifico per rivelare quanto l'occhio del restauratore riesca a vedere oltre tutti gli altri.

Cecilia Marzi


lunedì 30 novembre 2020

Gli inventori del blu e del verde


Quanto fascino ancora oggi desta nel nostro immaginario la civiltà Egizia! Dopo 5.000 anni restiamo folgorati nel vedere oggetti e mummie ancora intatti, quasi a volerci parlare dell'incredibile attenzione e cura che, in modo del tutto normale, si metteva nel decorare i luoghi della vita ultraterrena. Senza di essi, ma soprattutto senza il valore dato all'aldilà, non avremmo possibilità di conoscere questa e altre civiltà antichissime che hanno fondato sulla morte la loro esistenza.
Uno dei popoli tra i più incredibili nell'entrare in sintonia con il mondo naturale, sebbene poche fossero le conoscenze in merito a quel tempo, concentrato nel dare valore all'invisibile attraverso una comunicazione continua fatta di gesti, rituali, iscrizioni e soprattutto immagini.

Penso ai metri quadrati che ricoprono gli interni di molte piramidi, perfettamente conservati in molti casi grazie al sistema di realizzazione delle sepolture, per lo più interrate, ma soprattutto per il clima perfettamente asciutto. Se per ipotesi le Piramidi fossero state edificate ad una latitudine differente, ad esempio in una parte dell'Europa, oggi ben poco ne resterebbe.
Questo perchè la tecnica pittorica utilizzata non è l'affresco, ancora sconosciuto e del quale parliamo nell'articolo a lui dedicato. Le Piramidi sono infatti intonacate col muna, un composto a base di argilla, paglia e calcare, rivestito poi da un finissimo strato di gesso. Notoriamente igroscopico, il gesso, in presenza di sbalzi termici e quindi di umidità, avrebbe subito un susseguirsi di rigonfiamenti, ritiri, attacchi microbiologici che avrebbeo decretato la scomparsa della superficie pittorica. Questo non è avvenuto per la totale assenza di umidità ed i colori sono ancora incredibilmente vivi. 

Si è certi che a quel tempo, come nella Roma Imperiale o nel Medioevo, esistessero delle équipe di lavoro con i ruoli ripartiti tra gli intonacatori, i disegnatori che tracciavano i primi disegni con ocra rossa, gli scultori che incidevano i disegni in modo da dare un pò di rilievo e infine i pittori che utilizzavano 6 colori, con preciso significato simbolico: il blu, il verde, il nero, il giallo, il bianco ed il rosso.
E proprio il blu ed il verde sono i due colori che per la prima volta gli Egizi introducono nella tavolozza della pittura del tempo. Infatti, alle tonalità calde delle terre, al bianco delle pietre e al nero del carbone già noti nella Preistoria, si aggiungono i pigmenti forse più appariscenti e preziosi di tutta l'arte. La natura aveva regalato alla regione un'enorme quantità di pietre preziose e metalli, in particolare nel deserto al confine col Sudan, tra cui smeraldi, zaffiri, lapislazzuli, turchese e quarzo.

Dalla malachite e dall'azzurrite poi, in breve tempo, si cominciò ad estrarre il rame. Questi meravigliosi minerali furono anche sfruttati per ottenere il verde ed il blu, oltre alla celebre variante del blu egiziano (usato per il cielo e le divinità ad esso collegate) ottenuto riscaldando a 740°C una miscela di sali di rame, sabbia del deserto e calcite.

Il risultato è una tonalità intensa vetrosa, molto resistente, che successivamente a Roma si cercò di riprodurre per rivendere ad alto costo, spacciandola per l'originale. 
Le qualità migliori venivano macinate e ricotte fino a tre volte, talvolta messe in piccoli stampi per formare piccole statuine. Per questo lungo procedimento lo possiamo considerare il primo colore sintetico dell'antichità. 


Ma come possono essersi conservati così perfettamente questi colori per ben 5000 anni? Una volta esclusa la tecnica dell'affresco, l'unica che resta è un tipo di pittura a secco, vale a dire su superficie secca ( la muna a base di gesso) sulla quale i pigmenti aderiscono grazie ad un legante, cioè una colla. La sperimentazione deve aver portato, come di solito accadeva, a scegliere una sostanza naturale abbondante nel territorio. Si tratta della gomma arabica, una gomma naturale estratta da alcune specie di acacee presenti lungo il Nilo. Polverizzata ed unita con una piccola percentuale di acqua diventa il perfetto legante dei pigmenti in polvere, cioè una leggera ma perfetta soluzione colloidale che ingloba il colore e lo fa aderire alla superficie in fase di pittura. 
Neanche farlo apposta...quando noi utilizziamo gli acquerelli e vediamo uscire quel liquido giallo trasparente dai tubetti nuovi...vediamo proprio la gomma arabica. Questo vuol dire che oggi utilizziamo una tecnica pittorica antica quanto gli Egizi per creare su carta cose completamente differenti. 
E non è finita qui, prossimamente approfondiremo chi nella storia ha utilizzato lo stesso metodo ma su superfici e con soggetti completamente differenti. 

Cecilia Marzi


giovedì 19 novembre 2020

La tecnica dell'affresco nella storia

 


L'affresco è la tecnica pittorica più antica e quella che, seconda solo al mosaico, resta permanentemente inalterata nei secoli, sempre che non venga sottoposta a stress ambientali e climatici. Nell'Etruria meridionale, a Tarquinia, rimangono ancora perfettamente conservati alcuni dipinti di sepolture etrusche della Necropoli dei Monterozzi, sebbene abbiano più di 2500 anni...
Le origini si fanno risalire ai primi tentativi di pittura su intonaco nell'isola di Creta, dove a Cnosso si esprimono i pittori locali con esempi mirabili già intorno al 2000 a.C.
La tecnica di dipingere su di un muro appena intonacato, cioè fresco, si manterrà inalterata fino al XVIII° secolo in Europa, quando con l'arte moderna si cominceranno a cercare nuove soluzioni per lavorare più rapidamente e facilmente.


La parola AFFRESCO ci indica che questa è una pittura "a fresco", cioè realizzata su di un supporto umido, perchè appena steso. Questo vuol dire che ogni parte intonacata va dipinta nel medesimo giorno della sua stesura: ecco perchè anche le grandi superfici affrescate si dividono in giornate, cioè pezzi decisi dall'artista di circa un metro quadrato o poco più, da terminare pittoricamente in poche ore, a cui ci si attaccava i giorni seguenti per proseguire il completamento. E arriviamo quindi al segreto di questa tecnica che, oltre alla bravura dei pittori, ha la possibilità di restare intatta nei secoli. I pigmenti puri sono utilizzati semplicemente sciolti in acqua...quindi come fanno a rimanere perfettamente intatti sulla superficie? Dobbiamo indagare dunque sul supporto, vale a dire l'intonaco. Esso è di solito realizzato mescolando granelli di sostanze inerti, come sabbia di fiume e polvere di marmo, alla calce (idrossido di calcio o grassello). E' proprio quest'ultima che lega il composto e da crema bianca umida inizia a seccare quando è stesa sulla superficie, intrappolando perfettamente i pigmenti utilizzati dall'artista, creando una superficie colorata indelebile. 
Si tratta di una reazione chimica detta carbonatazione che trasforma soltanto la calce, in origine roccia calcarea cotta e poi tenuta in acqua, facendola tornare al suo stato naturale. Di per sè il procedimento è semplice da comprendere, ma lunghissimo. Occorrono più di 3 mesi affinchè i colori risultino perfettamente fissati sul muro e questo gli artisti di tutti i tempi lo sapevano bene! Conoscevano i trucchi del mestiere, evitavano di lavorare durante le giornate piovose, escogitavano metodi incredibili per riportare i disegni dei bozzetti nelle grandi superfici. 

Noi, in una giornata, ci divertiamo a riproporre questa tecnica utilizzando la ricetta ed i pigmenti antichi...ovviamente non quelli troppo preziosi, ma i risultati sono incredibili anche per chi non ha mai dipinto.
Soltanto il procedimento di preparazione dell'intonaco risulta un pò complicato a chi viene la prima volta. Nei nostri corsi ciascuno può sperimentare la sua stesura sul supporto in pietra, dove poi dipingerà, ma spesso si rivela un momento di difficoltà. Diciamolo, nell'era digitale la manualità si coltiva sempre più raramente. Ma io ricordo sempre che...tutto si può imparare nella vita, quindi mai demordere!
Ma la parte pittorica ricompensa della piccola fatica iniziale: E' il momento in cui ciascuno entra in un altro mondo, dimentica tutto il resto, libera la propria creatività e fantasia attraverso l'approccio diretto col colore! Un momento sacro che produce benessere e serenità, oltre a produrre innumerevoli piccole opere d'arte da portare subito a casa.


Insomma la vorrei definire la Regina delle tecniche pittoriche, la più semplice e "bio" perchè si utilizzano solo materiali naturali e non comporta odori strani. Un'esperienza entusiasmante per grandi e piccoli che da 15 anni cerco di divulgare grazie agli anni di esperienza diretta sugli affreschi antichi. I tanti anni di restauro sulle pitture murali mi hanno stimolato ad avvicinare quante più persone possibili all'arte, soprattutto attraverso il FARE ARTE.
E col tempo Americani, Tedeschi, Francesi ma anche Giapponesi, Cinesi e Russi, ne sono diventati pazzi! Questa è la prima pillola sulla tecnica dell'affresco...seguiranno gli approfondimenti sui materiali, sui pigmenti del tempo e sulla fantastica calce!

Cecilia Marzi
 

Il riciclo creativo di Anna

  Carissimi, oggi inauguriamo ufficialmente una rubrica a cui teniamo particolarmente, un piccolo spazio in cui approfondire e scoprire ...