giovedì 21 gennaio 2021

Rimedi per questi tempi


Ogni giorno, quando riusciamo ad incrociare con gli occhi qualcuno, mestamente lanciamo la stessa espressione di rassegnazione ormai da mesi. Il nostro adattamento alla realtà di questo tempo sta diventando frustrazione nel migliore dei casi, o molto peggio per chi ha visto cadergli addosso una montagna di problemi, per non parlare delle perdite di affetti e amici. Siamo in tanti arrivati ad un binario morto, completamente incapaci di pensare ad una ripartenza del treno. I più giovani sperimentano una deleteria solitudine che sperano di colmare attraverso social e flebo di video anestetizzanti. Noi adulti, totalmente spiazzati e impreparati ad affrontare tutto questo, cerchiamo di creare una quiete almeno mentale che ci permetta di andare avanti ogni giorno. Ci sentiamo soli, isolati, daremmo qualsiasi cosa per tornare alla vita normale di sempre, che pur ci tormentava con ritmi forsennati, ma oggi ci manca più che mai. 

Per quello che mi riguarda ho trovato conforto e linfa vitale in alcuni testi  che mi sono ritrovata tra le mani. Ho avuto la conferma di quello che sostengo da tempo, per averlo sperimentato nel lavoro di insegnante e divulgatrice d'arte. Uno dei rifugi miei prediletti, ma che consiglio a chi mi sta leggendo, è senza dubbio la creatività. Le nostre capacità manuali sono incredibilmente infinite, seppur nessuno ne conosca le potenzialità. Tante volte, ai miei corsi, mi sono sentita dire "non sono capace" o "non ci riesco". Quelle parole che ci rimbombano nella testa ogni volta che siamo di fronte ad una nuova sfida. Frasi che nella maggior parte dei casi ci siamo cuciti addosso spesso grazie anche ad insegnanti incapaci (loro sì) di vedere in fondo ai nostri occhi di bambini insicuri. Quanta responsabilità...quante persone hanno optato per carriere o mansioni lavorative poco gratificanti per non aver avuto incoraggiamenti e stima al momento giusto. 


Oggi, nel disegno, nella pittura, la maggior parte delle persone si sente completamente inadeguata. Il panico del foglio bianco, del pennello che non si sa come tenere, dell'effetto dei colori mescolati tra loro. Un muro mentale che da anni cerco di abbattere prima nelle scuole, quando i ragazzi risultano già programmati a considerarsi incapaci, fino ai tanti adulti esperti di altre discipline e capaci nel loro lavoro ma che...sostengono di non essere portati per la pittura! 

Per me è diventata ormai una missione: al di là dell'insegnare metodi, tecniche o spiegare i monumenti e le opere antiche, so che c'è urgenza di abbattere questo limite. Perchè? Semplice. Fare arte, sporcarsi le mani, creare con mille materiali diversi...FA BENE! E non soltanto a chi lo sa fare ma soprattutto a chi in questo mondo non c'è mai entrato. E' un viatico per l'anima, un momento in cui volersi bene esprimendo il nostro io più profondo. Questo è l'arte, esprimere sè stessi all'interno di un momento "sacro", perchè nostro. Il tempo non esiste, i pensieri scompaiono e con essi le paure. Si inizia invece a generare una nuova voglia di vedere le cose, una cura e attenzione verso ciò che ci circonda che di solito non abbiamo.

Dopo avere realizzato qualcosa, nel momento in cui ci allontaniamo per guardare meglio, girando la testa per aggiustare la visione del nostro lavoro, appare una scintilla nei nostri occhi, una luce diversa. Tutti coloro che ne hanno fatto esperienza possono darmi ragione. Ho visto nascere nuove passioni, ho visto talenti nascosti che hanno scelto nuove strade da percorrere, ho visto brillare gli occhi e tanta gioia. Questa è la gratificazione più grande.

Quindi...nell'era digitale in cui infiniti tutorial ci mostrano tutto ed il contrario di tutto, basta scegliere per trovare uno spazio personale in cui liberarsi e viaggiare, seppur da casa, verso dove vorrà portarci la nostra fantasia. Perchè, ricordiamoci, siamo comunque capaci di tutto, imparando e utilizzando piccole e poche regole, possiamo fare qualsiasi cosa e soprattutto trarne beneficio. Nessuno vuole diventare Michelangelo, ma dai grandi maestri possiamo essere ispirati per come poter elevarci ad un livello superiore.

Iniziamo dipingendo una sedia vecchia, poi acquistiamo una piccola tela o dei fogli e con i colori che abbiamo a casa, ispiriamoci ad un'opera che ci piace o guardiamo fuori dalla finestra. Tutto è perfetto per iniziare a far uscire dalle mani quello che è fermo dentro di noi da troppo tempo.

Cecilia Marzi

martedì 29 dicembre 2020

Come si pulisce un quadro



Se avete trovato un dipinto antico in casa, nascosto da tempo in soffita o attaccato in un angolo buio della casa perchè troppo scuro per poter essere esposto adeguatamente, potrebbe essere arrivato il momento di osservarlo e pensare di farlo restaurare. In tanti anni di lavoro mi sono imbattuta in un'infinità di oggetti anche di pregio che i proprietari conservavano in casa senza rendersi conto del loro valore. 

Il restauro è il momento in cui si decide di aumentare gli anni di vita ad un'opera, eliminando danni dovuti al passare del tempo per tornare ad apprezzare le sue caratteristiche artistiche nella loro totale completezza.

Spesso ho sentito clienti che avevano tentato di provvedere personalmente alla pulitura di superifici dipinte con i tradizionali metodi del "sentito dire" che vanno dalla cipolla alla patata sbucciata ed il web è ancora inondato di articoli che spiegano come si fa... ecco, meglio di no. Perchè, ad esempio, la cipolla rilascia ammoniaca e acidi solfenici che potrebbero danneggiare alcuni pigmenti se rimane sul dipinto dopo essere stata strofinata, ma soprattutto non elimina lo strato di vernici ossidate. 


L'operazione della pulitura (e non pulizia come erroneamente qualche volta si dice) è infatti apparentemente la fase più semplice tra le varie operazioni del restauro di un dipinto, che sia tavola, tela o pittura murale, ma è da considerarsi il momento in cui si procede senza possibilità di reversibilità, cioè non si torna indietro. Qualsiasi sostanza utilizzata va conosciuta dal suo punto di vista chimico in modo da scongiurare danni irreparabili. Il suo scopo è esclusivamente eliminare il velo bruno che offusca i colori per tornare a vedere le cromie originali quasi come al momento della loro stesura da parte dell'artista. Infatti, fino ad oggi, molti autori ancora utilizzano, una volta completato e asciugato bene il loro dipinto ad olio, della vernice finale trasparente per proteggere i colori. Questo leggero film col passare dei decenni reagisce con l'ossigeno e gli agenti presenti nell'aria ossidandosi, da qui l'ingiallimento progressivo del dipinto che va ad offuscare in modo uniforme tutta la superficie. Ciò che alcuni definiscono "aspetto antico" è dunque la vernice finale ingiallita. La pulitura serve a toglierla per poi sostituirla con una nuova stesura trasparente, che riporti i colori alla loro tonalità originale.

Qualche volta alcuni dipinti sono stati già sottoposti a restauri in epoche passate e sicuramente si trattava di pittori allo sbaraglio che utilizzavano materiali non idonei per risolvere cadute di colore o altri danni presenti sull'opera. In quel caso l'occhio esperto troverà il solvente adatto per eliminare eventuali ridipinture moderne e altri tipi di sostanze sovrammesse quali colle, cere, ecc. 

Detto questo si comprende ancora di più perchè non è proprio consigliato avventurarsi nella pulitura di un proprio quadro... proprio per non rischiare di combinare pasticci irreversibili.

Nel video però si può vedere quello che è di solito nascosto nelle mura di una bottega di restauro. La prova che permetterà di comprendere il tipo di solvente adatto da utilizzare per procedere alla fase della pulitura e liberare il dipinto dello strato scuro che lo appesantisce. In questo caso il dipinto, tenuto per anni in soffitta dal proprietario, ha rivelato di essere firmato e datato, elementi importantissimi per l'eventuale stima del suo valore.


Prossimamente vi mostrerò la pulitura completa di questo dipinto in cui sto lavorando in questi giorni.

Cecilia Marzi 



lunedì 28 dicembre 2020

Pompei e gli affreschi intatti


Che meraviglia le rivelazioni delle ultime scoperte a Pompei! 
In una strada rimasta sepolta dal 79 d.C sotto un enorme strato di lapilli e pomice, torna alla luce un Termopolium con le anfore e le ciotole per la conservazione dei cibi. Un fast food del tempo che, come insegne per indicare la tipologia della merce venduta, aveva sotto il bancone delle pitture realizzate a colori vivissimi per invitare i passanti ad avvicinarsi e acquistare un pasto cucinato o semplicemente del vino. Un gallo, delle oche e il negozio stesso immortalato con i prodotti in vendita, risultano oggi perfettamente conservati, a parte i traumi subiti dall'eruzione, come se terminati da pochi mesi.
Le pennellate fanno immaginare la tipologia dei pennelli utilizzati e soprattutto la grande maestria che gli artisti del tempo erano soliti usare quando quotidianamente andavano a decorare domus, taberne e altri edifici. Tocchi di colore decisi e veloci danno forma a figure e paesaggi, probabilmente senza neanche disegni preparatori, per andare a decorare metri e metri quadrati di una delle città più uniche della storia.


Questa velocità, sicurezza ma anche precisione e cura nella scelta dei colori doveva necessariamente derivare da una buona dose di esperienza, oltre che da un ottimo bagaglio di conoscenze riguardo alla tecnica utilizzata. 
Trattato in un precedente articolo, l'affresco  diventa qui un momento di "sacro rapimento" per i cultori di questa incredibile tecnica (me per prima) che rimangono scorcertati per tale bravura e perfezione. 
La fortuna è quella di poter leggere ancora Vitruvio, il più importante architetto della storia, per comprendere le competenze che, non solo in pittura, esistevano in tutti i campi dell'arte romana. Nel 27 a.C egli descrive accuratamente i passaggi della preparazione del muro in cui dovevano sovrapporsi ben 6 strati di intonaco in modo da ottenere quelle superfici liscissime e compatte che, una volta dipinte, sembrano di marmo.
Nel VII° libro del De Architettura illustra la scelta dei primi tre strati che dovevano essere più grossolani, solo di sabbia e calce, elemento questo fondamentale nella realizzazione dell'affresco per il quale rimando all'articolo di approfondimento. Nei luoghi umidi si prevedeva addiruttura l'accortezza di sostituire la sabbia con la pozzolana o il coccio pesto, cariche inerti con proprietà idrauliche, cioè resistenti all'acqua.
Gli ultimi tre strati dovevano essere invece più raffinati e per questo si univa solamente la polvere di marmo alla calce. Quando l'ultima stesura era appena stata sovrapposta alle altre già asciutte, il pittore doveva iniziare a dipingere su questa superficie umida, da qui pittura a fresco! Ma rispetto alla sublime tecnica ancora mirabilmente utilizzata fino a tutto il Rinascimento e oltre, qui troviamo numerose accortezze e fasi in aggiunta che fanno dell'affresco romano un unicum. Sempre Vitruvio cita le politiones (puliture), cioè azioni meccaniche che avevano lo scopo di lucidare i colori. Da qui deduciamo la volontà di imitare le lastre di marmo che i più abbienti potevano destinare alle pareti delle loro lussuose dimore proprio attraverso una pittura compatta e perfettamente liscia, come evidenziano ancora i recenti ritrovamenti. 


Ma come avveniva tutto questo su una superficie ancora umida? Si utilizzava evidentemente il liaculum, uno strumento duro, forse una sorta di coltello in legno o metallo che veniva energicamente premuto sulle meravigliose basi monocome in giallo, verde, azzurro, rosso o nero tipiche dei motivi pittorici del tempo per compattare uniformemente la superficie ed il colore, fino a smaterializzare le pennellate e raggiungere quei fondi omogenei e perfetti che tutti conosciamo. Qui poi la bravura dell'artista  procedeva nel far apparire con veloci e sicuri colpi di pennello le meravigliose immagini di animali, divinità, paesaggi e quantaltro il ricchissimo repertorio del tempo offriva. Il lavoro del liaculum permetteva inoltre la fusione degli attacchi tra le giornate di lavoro, che invece sono di solito distinguibili negli affreschi più moderni. 
Risultato: pareti uniformi e lucenti, ricche di colori e immagini di ogni foggia che dovevano unirsi alla ricchezza decorativa dei mosaici pavimentali. 
Da quanto detto traspare quindi nelle modalità dell'uso dell'affresco, che di per sè è da considerarsi la tecnica pittorica più duratura della storia, delle peculiarità ben precise che sono presenti non soltanto a Pompei ma nella stragrande maggioranza dei dipinti romani.
Una variante standardizzata e codificata a qual tempo, assolutamente vincente nei suoi risultati che è stata ben indagata proprio grazie alla riscoperta della città simbolo sepolta per secoli all'ombra del Vesuvio in cui ancora, metri e metri quadrati di pittura stanno attendendo di rivedere la luce.
Qui non si può parlare assolutamente di encausto, anche se la letteratura è ricca di informazioni ancora contrastanti ed errate a tal proposito. Sarà mia cura dedicare ad esso un articolo specifico per rivelare quanto l'occhio del restauratore riesca a vedere oltre tutti gli altri.

Cecilia Marzi


sabato 26 dicembre 2020

La storia del Presepe

 


Carissimi, Buon Natale! Ci auguriamo che nonostante le avversità riusciate tutti a trascorrere queste giornate in tranquillità e serenità.

In casa Cupiello in questi giorni riecheggerebbe la celebre domanda “Te piace 'o Presepe?” così chiedo anche a voi…Vi piace il Presepe? In quanti di voi si dilettano a crearlo? Preferite l’essenzialità o adorate raccontare storie con i vari personaggi? Alzi la mano chi si diverte a creare paesaggi con muschio, farina effetto neve e ruscelli fantasiosi! Sarebbe bello chiacchierare insieme e scambiarsi consigli e suggerimenti in merito.

 

Il termine “Presepe” deriva dalla parola latina Praesepe (da prae/saepire, ‘cingere con siepi’), ed indica un recinto per animali chiuso con siepi, e, in senso traslato, la mangiatoia. Per raccontare la storia del Presepe infatti bisogna partire proprio dal culto dei sanctuaria della Natività e da una basilica romana: Santa Maria Maggiore in Roma è detta appunto ad Praesepe in quanto ha iniziato a custodire, presumibilmente già dal VII secolo, memorie della nascita di Cristo, ovvero i resti della sacra culla (cunabulum Domini) e i frammenti della Grotta di Betlemme (de praesepio Domini).

Oggi queste reliquie sono conservate in un prezioso reliquiario a forma di culla collocato al di sotto dell’altare della basilica mentre in origine erano custodite in una cappellina in muratura (circa 2,50 x 3,85 metri) annessa al muro settentrionale esterno. Un piccolo edificio che tuttavia rappresentava un vero tesoro devozionale per la basilica e che la munificenza pontificia non esitava a valorizzare e preservare.

Un evento che segna la svolta per il culto del presepe è sicuramente rappresentato dalla rievocazione della Natività a Greccio (Rieti) ad opera di San Francesco d’Assisi nella notte di Natale del 1223. A questa sacra rappresentazione infatti sembra avesse assistito anche il futuro papa Niccolò IV (1288-1292), primo pontefice francescano, il quale una volta giunto a Roma decise di restaurare la basilica di Santa Maria Maggiore e di ricreare in scultura la magia del Presepe vivente di Greccio.

La “ristrutturazione” dell’antica cappellina del Presepe venne affidata intorno al 1291 ad Arnolfo di Cambio, artista senese nato a Colle Val d’Elsa che oggi possiamo simpaticamente considerare come il primo mastro presepaio della storia. Arnolfo infatti scolpì diversi personaggi in pietra rappresentando in una unica scena la Nascita di Cristo e l’Adorazione dei Magi.

Oggi di questa cappella non restano che pochi frammenti e alcune sculture: il paliotto dell’altare, la ruota porfiretica del pavimento, le figure di San Giuseppe, i tre Magi, il bue e l’asino e due profeti con cartiglio.

La figura di San Giuseppe, ricordato dai vangeli di Luca e di Matteo, è rappresentato da Arnolfo come un uomo anziano e barbuto, vestito di tunica e mantello, che si appoggia pensieroso al suo bastone: cogliamo così la sua umana delicatezza e fragilità nell’accettare di diventare il padre del figlio di Dio.

La presenza del bue e dell’asino, completamente taciuta dai vangeli canonici, viene menzionata nel vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo: <<Tre giorni dopo la nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta e, entrata in una stalla, depose il Bambino nella mangiatoia; e il bue e l’asino lo adorarono. Si compì allora quello che era stato annunciato per bocca del profeta Isaia: <<il bue ha riconosciuto il suo padrone e l’asino la greppia del suo Signore>>. E i due animali, avendolo in mezzo a loro, non smettevano di adorarlo. In questo modo si compì quello che era stato annunciato per bocca del profeta Abacuc, quando proclamò: <<Ti farai riconoscere in mezzo ai due animali>>.

I Magi, ovvero dei sacerdoti di origine persiana, sono ricordati dal Vangelo di Matteo. Nel suo racconto però l’evangelista non aggiunge alcun dettaglio: nomi, numero, regalità ed altri particolari sono infatti tramandati dalla tradizione apocrifa, e fu probabilmente il numero dei doni a suggerire quello dei personaggi offerenti. In conformità a tale tradizione, i Magi di Arnolfo sono appunto tre, di cui due in piedi, defilati rispetto alla scena principale, ed uno, il più anziano, inginocchiato davanti al Bambino, rappresentando così idealmente sia il momento della loro venuta dall’Oriente sia quello dell’adorazione.

Il presepe di Arnolfo presenta inoltre due pennacchi con all’interno profeti Davide e Isaia che, attraverso i versetti biblici alludono e in un certo senso presentano il sacro evento.

Incuriosisce l’assenza degli originali arnolfiani della Vergine e del Bambino purtroppo perduti: le sculture di Maria seduta con il Bambino che osserviamo oggi risalgono infatti al XVI secolo. Proprio questa assenza incuriosisce da anni gli studiosi che hanno avanzato nel corso del tempo numerose e variegate ipotesi ricostruttive circa l’assetto originario del gruppo scultoreo.

Dopo i lavori del francescano Niccolò IV c’è stato un altro papa che ha voluto restaurare la nostra cappellina del presepe… e come vedremo ha pensato davvero in grande! Durante il pontificato di Sisto V (1585-1590), la basilica di Santa Maria Maggiore subì una nuova e prestigiosa campagna di lavori e l’antico oratorio venne “traslato” nella nuova cappella del SS. Sacramento o Sistina. L’artefice di tali lavori fu l’architetto Domenico Fontana, il quale descrisse e illustrò le varie fasi di questa ‘trasportatione’ in un volume di incisioni edito a Roma nel 1590 dal titolo “Della trasportazione dell’obelisco vaticano e delle due fabbriche di N. S. Papa Sisto V”.

L’ambizioso progetto di Sisto V fu tutt’altro che una scelta casuale: in un avviso emanato il 15 luglio 1587 metteva in luce come già durante i lavori fosse manifesta la volontà del pontefice di ricreare in Roma la disposizione della basilica della Natività a Betlemme. Il parallelismo tra i due luoghi era effettivamente plausibile: la collocazione del Presepe al di sotto del pavimento della cappella sistina (una costruzione a pianta centrale all’interno della chiesa dedicata alla Vergine) in un certo senso replicava la situazione di Betlemme, dove la Grotta si trovava al di sotto della chiesa della Natività, una struttura ottagonale dedicata anch’essa a Maria.

Oggi infine possiamo ammirare il presepe di Arnolfo all’interno del museo della basilica esquilina, qui collocato in seguito al suo recente restauro. Personalmente sono molto affezionata a quest’opera soprattutto perché ho avuto il piacere di fare uno stage anni fa a Santa Maria Maggiore e apprezzare da vicino questo piccolo capolavoro. Ricordo con tanta emozione il momento i cui visitatori e pellegrini lo ammiravano emozionati e incuriositi condividendo con noi emozioni e sensazioni.

Per ora vi saluto, vi auguro una buona giornata e vi aspetto per il prossimo appuntamento in cui approfondiremo ancora il tema del presepe e racconteremo anche la storia del pastore Benino tanto caro alla cultura napoletana.

 

Giovannina

lunedì 30 novembre 2020

Gli inventori del blu e del verde


Quanto fascino ancora oggi desta nel nostro immaginario la civiltà Egizia! Dopo 5.000 anni restiamo folgorati nel vedere oggetti e mummie ancora intatti, quasi a volerci parlare dell'incredibile attenzione e cura che, in modo del tutto normale, si metteva nel decorare i luoghi della vita ultraterrena. Senza di essi, ma soprattutto senza il valore dato all'aldilà, non avremmo possibilità di conoscere questa e altre civiltà antichissime che hanno fondato sulla morte la loro esistenza.
Uno dei popoli tra i più incredibili nell'entrare in sintonia con il mondo naturale, sebbene poche fossero le conoscenze in merito a quel tempo, concentrato nel dare valore all'invisibile attraverso una comunicazione continua fatta di gesti, rituali, iscrizioni e soprattutto immagini.

Penso ai metri quadrati che ricoprono gli interni di molte piramidi, perfettamente conservati in molti casi grazie al sistema di realizzazione delle sepolture, per lo più interrate, ma soprattutto per il clima perfettamente asciutto. Se per ipotesi le Piramidi fossero state edificate ad una latitudine differente, ad esempio in una parte dell'Europa, oggi ben poco ne resterebbe.
Questo perchè la tecnica pittorica utilizzata non è l'affresco, ancora sconosciuto e del quale parliamo nell'articolo a lui dedicato. Le Piramidi sono infatti intonacate col muna, un composto a base di argilla, paglia e calcare, rivestito poi da un finissimo strato di gesso. Notoriamente igroscopico, il gesso, in presenza di sbalzi termici e quindi di umidità, avrebbe subito un susseguirsi di rigonfiamenti, ritiri, attacchi microbiologici che avrebbeo decretato la scomparsa della superficie pittorica. Questo non è avvenuto per la totale assenza di umidità ed i colori sono ancora incredibilmente vivi. 

Si è certi che a quel tempo, come nella Roma Imperiale o nel Medioevo, esistessero delle équipe di lavoro con i ruoli ripartiti tra gli intonacatori, i disegnatori che tracciavano i primi disegni con ocra rossa, gli scultori che incidevano i disegni in modo da dare un pò di rilievo e infine i pittori che utilizzavano 6 colori, con preciso significato simbolico: il blu, il verde, il nero, il giallo, il bianco ed il rosso.
E proprio il blu ed il verde sono i due colori che per la prima volta gli Egizi introducono nella tavolozza della pittura del tempo. Infatti, alle tonalità calde delle terre, al bianco delle pietre e al nero del carbone già noti nella Preistoria, si aggiungono i pigmenti forse più appariscenti e preziosi di tutta l'arte. La natura aveva regalato alla regione un'enorme quantità di pietre preziose e metalli, in particolare nel deserto al confine col Sudan, tra cui smeraldi, zaffiri, lapislazzuli, turchese e quarzo.

Dalla malachite e dall'azzurrite poi, in breve tempo, si cominciò ad estrarre il rame. Questi meravigliosi minerali furono anche sfruttati per ottenere il verde ed il blu, oltre alla celebre variante del blu egiziano (usato per il cielo e le divinità ad esso collegate) ottenuto riscaldando a 740°C una miscela di sali di rame, sabbia del deserto e calcite.

Il risultato è una tonalità intensa vetrosa, molto resistente, che successivamente a Roma si cercò di riprodurre per rivendere ad alto costo, spacciandola per l'originale. 
Le qualità migliori venivano macinate e ricotte fino a tre volte, talvolta messe in piccoli stampi per formare piccole statuine. Per questo lungo procedimento lo possiamo considerare il primo colore sintetico dell'antichità. 


Ma come possono essersi conservati così perfettamente questi colori per ben 5000 anni? Una volta esclusa la tecnica dell'affresco, l'unica che resta è un tipo di pittura a secco, vale a dire su superficie secca ( la muna a base di gesso) sulla quale i pigmenti aderiscono grazie ad un legante, cioè una colla. La sperimentazione deve aver portato, come di solito accadeva, a scegliere una sostanza naturale abbondante nel territorio. Si tratta della gomma arabica, una gomma naturale estratta da alcune specie di acacee presenti lungo il Nilo. Polverizzata ed unita con una piccola percentuale di acqua diventa il perfetto legante dei pigmenti in polvere, cioè una leggera ma perfetta soluzione colloidale che ingloba il colore e lo fa aderire alla superficie in fase di pittura. 
Neanche farlo apposta...quando noi utilizziamo gli acquerelli e vediamo uscire quel liquido giallo trasparente dai tubetti nuovi...vediamo proprio la gomma arabica. Questo vuol dire che oggi utilizziamo una tecnica pittorica antica quanto gli Egizi per creare su carta cose completamente differenti. 
E non è finita qui, prossimamente approfondiremo chi nella storia ha utilizzato lo stesso metodo ma su superfici e con soggetti completamente differenti. 

Cecilia Marzi


martedì 24 novembre 2020

La calce, il segreto che dura 2000 anni

Ci siamo mai chiesti perchè edifici costruiti nell'antica Roma sono ancora in piedi, alcuni incredibilmente intatti con gli intonaci di finitura? La loro perfetta conservazione non è dovuta all'interramento nei secoli o alle colate laviche che li hanno inglobati, penso a Pompei. Ci sono infatti innumerevoli esempi rimasti all'aperto come i lunghi acquedotti ancora visibili a tratti nelle campagne laziali o i mastodontici monumenti inseriti nella moderna urbanizzazione delle città, il Colosseo primo tra tutti. Se quest'ultimo non avesse subito lo spoglio nel Rinascimento di gran parte della struttura , sarebbe ancora lì, perfettamente integro nella sua armatura interna fatta di mattoni e calcestruzzo, rivestita di travertino bianco. 

Veniamo ora alle nostre case, agli edifici in cui lavoriamo e viviamo, ebbene tra 2000 anni saranno inesorabilmente scomparsi. Questo perchè durante le epoche moderne, e parlo del XIX° secolo, l'uomo ha deciso di utilizzare nuove tecniche edilizie e soprattutto nuovi materiali. L'onnipresente cemento armato che, per quanto l'opulente parola ce lo mostri come qualcosa di incorruttibile e potente, non riesce infatti a durare per più di 90 anni.

I ponteggi addobbano le facciate dei palazzi delle nostre città quotidianamente, a turno, intorno ad uno per passare poi ad un altro. Il cemento ha necessità di manutenzione continua, nonostante la sua capacità di creare grandi superfici orizzontali e verticali, pensiamo ai grattacieli. Ma gli edifici antichi ci battono sul tempo, oltre che in bellezza e non riusciamo oggi ad eguagliarli proprio perchè si usavano malte ed intonaci a base di calce.

Spesso confusa dai non addetti ai lavori con la stessa malta, in realtà è una sua componente, quella più importante. Materiale di origine naturale, scoperta già nella civiltà cretese per la realizzazione dei primi intonaci affrescati, diventa l'ingrediente essenziale di tutta l'architettura fino al 1800 circa, quando nell'era industriale viene sostituita dal cemento. 

Cerchiamo di comprendere la sua preparazione: la semplice trasformazione della roccia calcarea, presente un pò ovunque, che allo stato minerale si definisce calcite, veniva bruciata in grandi forni in cui le altissime temperature la disintegravano per ridurla in calce viva, altamente nociva. Con il suo immediato trasferimento in vasche piene d'acqua diventava calce spenta, una pasta morbida e bianca che i muratori di oggi non utilizzano più e a malapena conoscono. La calce spenta o idrata si mescola a componenti inerti come sabbia di fiume o polvere di marmo, creando un impasto cremoso che permette di costruire muri o intonacare superifici che dureranno secoli.

La calce idrata inserita nella malta, da impasto morbido e facilmente lavorabile, si inizia a seccare una volta messa in opera. L'acqua evapora e l'anidride carbonica presente nell'aria rigenera il processo naturale della carbonatazione, cioè torna come quando era in natura. La calce mescolata ai granelli di sabbia  torna ad essere calcite, pietra. Le superfici ed i muri realizzati così consentono quindi una durevolezza del tutto naturale, permettendo tra l'altro anche una normale traspirazione, generando ambienti sani e privi di muffe. Oggi in Puglia sono in essere alcuni progetti di edilizia a calce con ottimi risultati, l'inversione di rotta per fortuna inizia da qualche parte. 

A conclusione ricordo sempre il mio professore di Storia Medievale che entrando in aula la prima volta iniziò la sua lezione dicendoci che la storia non insegna...e lo sappiamo. Ecco perchè nelle nostre attività didattiche e nelle visite guidate ci soffermiamo sempre su questi aspetti, facendo anche utilizzare materiali di un tempo come la calce così da far rivivere la storia, nei laboratori di affresco e mosaico ad esempio, attraverso le mani di tutti.

Cecilia Marzi 

lunedì 23 novembre 2020

Alla scoperta dei colori

-Hi everyone! Buongiorno!…Dici che è carino iniziare con un saluto? 

Mmmm…No no…stop! Vabbè, dai, scrivi tu…

-Coraggio Luke, ce la puoi fare!

- But I’m a dog!!!!Vabbè facciamo che io ti suggerisco e tu scrivi, che con le mie zampette mi è scomodo!

-Va bene ma faccio prima una premessa: io e Cecilia stavamo pensando di dedicare una rubrica ai nostri amici più piccini. Volevamo qualcosa di originale, simpatico…Ma nulla! Così mentre buttavamo all’aria libri e tavole in cerca di ispirazione …Luke, il mio cagnolino inglese, leggeva e sfogliava tutto incuriosito. Poi durante la passeggiata al parco l'ho scovato mentre spiegava ad altri cagnolini il cerchio cromatico di Itten!

-Dovete sapere infatti che noi cagnolini non riusciamo a vedere e distinguere bene tutti i colori così ho spiegato ai miei amici come questo artista svizzero Johannes Itten grazie ad un disegno aiuta a capire quali sono i colori primari cioè quelli che come una magia creano altri colori.

-Grande Luke! Come lo hai spiegato agli altri?

-Lasciamo perdere! Infatti Bricco, Briciola e Zampa non mi capivano. Poi è arrivato Piumone, il mio grosso amico Chow chow che mi dice sempre di parlare come mangio e mi fa una pernacchia con la sua linguona viola…così ho capito come fare!

Immaginiamo il musetto di Piumone come un triangolo fatto con la frutta: il suo naso diventerà GIALLO come una banana, la sua guancia sinistra un mirtillo BLU e la guancia destra un lampone ROSSO. Ecco, in questo triangolo abbiamo i tre COLORI PRIMARI e grazie a loro possiamo creare tutti i colori del mondo>>. 

 


I miei amici erano incuriositi, ma mi sono sentito davvero un mago quando gli ho spiegato come ottenere gli altri colori:<<Se dovessimo colorare un broccolo ci servirebbe il verde, che però non abbiamo. Come facciamo? Unendo il giallo con il suo vicino blu. Se invece vogliamo colorare una melanzana viola uniamo il blu con il vicino rosso. Il colore della carota invece lo ricaviamo unendo i vicini rosso e giallo. I colori di queste tre verdure ovvero il VERDE, il VIOLA e l’ARANCIO si chiamano COLORI SECONDARI.




You should have seen Piumone’s face…Really funny! La faccia di Piumone era diventata buffissima piena di frutta e verdura... Così ho preso il libro e ho mostrato ai miei amici lo schema di Itten.

Abbiamo visto insieme i colori primari, secondari e scoperto infine che esistono anche COLORI TERZIARI che si ottengono mischiando sempre due colori primari ma aumentando la quantità di uno rispetto all’altro. Ad esempio se nel verde aggiungo più giallo ottengo il colore del prato, mentre se aggiungo più blu ottengo il verde bosco.

 


 

-Eccolo il famoso cerchio cromatico! Adesso è più semplice capirlo! Sicuramente avrai anche letto che i colori sono complementari tra di loro...Cioè che stanno bene insieme perché si completano.

-Verissimo! Infatti un colore primario va d'accordo con un colore secondario, un secondario con un terziario e i terziari che hanno tante sfumature vanno d'accordo tra di loro. I colori amano tanto fare amicizia e divertirsi per questo scelgono sempre un colore diverso dal proprio. Ad esempio il giallo è un grande amico del viola (con il verde o il giallo si annoierebbe).

-Devo ammmetterlo Luke, sei un genio!

-10 punti al grifondoro!…Ora voglio un mega premio in crocchette! 

Psss…Before you go…Vi lascio il mio disegno, se volete potete scaricare il ritratto del mio amico Piumone e divertirvi a colorarlo e personalizzarlo. Mandatemi le foto dei vostri lavori, così glieli mostro al parco! See you soon!!! Ciao! 

 

Giovannina Annarumma


 

 



Rimedi per questi tempi

Ogni giorno, quando riusciamo ad incrociare con gli occhi qualcuno, mestamente lanciamo la stessa espressione di rassegnazione ormai da mesi...